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mercoledì 28 dicembre 2011

Articoli: Psicologia del Trading on Line

Le radici della dipendenza: un punto di vista psicosociale

A determinare la dipendenza psichica di un individuo interviene la predisposizione della personalità.
La dipendenza patologica è una caratteristica dell’essere umano poiché tra l’individuo e l’oggetto si stabilisce una sorta di relazione. Quando ci rapportiamo agli altri stabiliamo uno scambio che si viene a creare entro uno spazio ben delimitato.
Studi psicosociali (Hall, 1966) hanno messo in evidenza l’importanza della distanza che si deve mantenere tra due persone nello scambio relazionale.
Le regole che governano la distanza fisica tra due soggetti variano a seconda della natura della relazione.
Per questo motivo, si individuano 4 aree di relazione:
1)     L’area dell’intimità, compresa tra il contatto fisico e una distanza di 50 cm. Questa area è ad appannaggio delle conoscenze più strette, per cui se si inserisce un estraneo la risposta più naturale è il sospetto o l’irritazione.
2)   L’area della distanza personale, compresa tra mezzo metro e un metro e mezzo. Questa area è aperta agli amici più intimi, alle conoscenze fidate e alle persone con cui si condividono interessi particolari.
3)   L’area della distanza sociale, compresa tra un metro e mezzo a tre metri e mezzo di distanza dal corpo. Questa è l’area delle relazioni impersonali, dei rapporti di lavoro o degli incontri occasionali.
4)   L’area pubblica che va al di là dei tre metri e mezzo ed è l’area in cui si stabiliscono gli incontri formali e quelli importanti con persone di alto rango.

Tali studi misero in evidenza come l’importanza dei confini personali determini la buona riuscita della relazione tra due o più individui.
Quando si ha troppo bisogno dell’altro, esso non fa altro che riempire un aspetto di noi stessi che sentiamo vuoto. In questo caso si verifica la dipendenza dall’oggetto esterno. La richiesta che viene rivolta da questo individuo è una richiesta esagerata poiché questo tipo di vicinanza non permette un semplice scambio relazionale, ma un bisogno di identità, il bisogno di trovare il proprio Sé.
Le carenze personali trovano soddisfazione attraverso la relazione: il giocatore d’azzardo, così come il tossicodipendente, cerca qualcosa che lo faccia sentire vivo; essi si nutrono, con una modalità quasi bulimica, dell’oggetto esterno (gioco, sostanza stupefacente...) in modo che l’esterno si internalizzi per diventare parte di sé. L’esterno è perciò utilizzato per controbilanciare l’interno.
La personalità dipendente ha importanti problemi di fragilità del Sé.
Il Sé è l’apparato psichico che filtra gli aspetti interni per coniugarli con la realtà esterna, è l’organizzazione narcisistica di base, il senso di esserci e di funzionare.
Il Sé è un’importante parte di noi che si sviluppa pian piano nel rapporto iniziale con la madre. La madre deve trasmettere al bambino emozioni positive del proprio corpo facendogli il bagnetto, parlandogli, dicendogli che è bello, accudendolo in ogni suo bisogno. In questo modo il bambino si sente amato, si costruisce una buona autostima e sarà in grado di affrontare, in adolescenza, i cambiamenti interni ed esterni al suo Sé.
Questa internalizzazione del funzionamento della madre gli consente di metter dentro di sé le funzioni dell’autocura, del contenimento creando una situazione di autocostruzione che gli permetterà di prendersi cura del proprio autofunzionamento interno. Tutto questo meccanismo psichico naturale comincia a non funzionare quando  intervengono degli impedimenti ad opera della persona della madre, perché problematica o con conflitti non ancora risolti col proprio Sé e, per questo, non adeguatamente in grado di svolgere il compito richiesto.
Quando la madre utilizza il bambino come sostituto per far funzionare il suo Sé, il bambino si trova in una situazione di rischio. La madre non riesce a riconoscere i bisogni del figlio, non gli permette di costruirsi il suo autofunzionamento: si creano le basi per una futura dipendenza.
In tal modo il bambino cresce con la certezza di non aver bisogno del terzo (il padre o, la sua rappresentazione simbolica, l’esterno), per la presenza materna costante che lo soddisfa in ogni richiesta e necessità. Il bambino si attacca a questo esterno materno e la madre si sente soddisfatta di questa “relazione”.
Il padre, che dovrebbe terzializzare la relazione con lo scopo di tagliare il cordone ombelicale fisico e psichico e di presentare al bambino l’esistenza di una realtà esterna più allargata per smitizzare questo grande valore della madre, non ha però possibilità di entrata; in tal modo il bambino si fisserà nell’area border, nella fase ancora antecedente a quella in cui poter fruire dei benefici dell’identificazione col padre.
Quando il soggetto possiede un Sé fragile è dunque attaccato all’esterno, ha un’identificazione paterna carente e rischia di rimanere impigliato in relazioni di dipendenza affettiva sviluppando forti conflitti e sensi di colpa.

Le radici della dipendenza
A determinare la dipendenza psichica di un individuo interviene la predisposizione della personalità.
La dipendenza patologica è una caratteristica dell’essere umano poiché tra l’individuo e l’oggetto si stabilisce una sorta di relazione. Quando ci rapportiamo agli altri stabiliamo uno scambio che si viene a creare entro uno spazio ben delimitato.
Studi psicosociali (Hall, 1966) hanno messo in evidenza l’importanza della distanza che si deve mantenere tra due persone nello scambio relazionale.
Le regole che governano la distanza fisica tra due soggetti variano a seconda della natura della relazione.
Per questo motivo, si individuano 4 aree di relazione:
1)      L’area dell’intimità, compresa tra il contatto fisico e una distanza di 50 cm. Questa area è ad appannaggio delle conoscenze più strette, per cui se si inserisce un estraneo la risposta più naturale è il sospetto o l’irritazione.
2)     L’area della distanza personale, compresa tra mezzo metro e un metro e mezzo. Questa area è aperta agli amici più intimi, alle conoscenze fidate e alle persone con cui si condividono interessi particolari.
3)     L’area della distanza sociale, compresa tra un metro e mezzo a tre metri e mezzo di distanza dal corpo. Questa è l’area delle relazioni impersonali, dei rapporti di lavoro o degli incontri occasionali.
4)     L’area pubblica che va al di là dei tre metri e mezzo ed è l’area in cui si stabiliscono gli incontri formali e quelli importanti con persone di alto rango.

Tali studi misero in evidenza come l’importanza dei confini personali determini la buona riuscita della relazione tra due o più individui.
Quando si ha troppo bisogno dell’altro, esso non fa altro che riempire un aspetto di noi stessi che sentiamo vuoto. In questo caso si verifica la dipendenza dall’oggetto esterno. La richiesta che viene rivolta da questo individuo è una richiesta esagerata poiché questo tipo di vicinanza non permette un semplice scambio relazionale, ma un bisogno di identità, il bisogno di trovare il proprio Sé.
Le carenze personali trovano soddisfazione attraverso la relazione: il giocatore d’azzardo, così come il tossicodipendente, cerca qualcosa che lo faccia sentire vivo; essi si nutrono, con una modalità quasi bulimica, dell’oggetto esterno (gioco, sostanza stupefacente...) in modo che l’esterno si internalizzi per diventare parte di sé. L’esterno è perciò utilizzato per controbilanciare l’interno.
La personalità dipendente ha importanti problemi di fragilità del Sé.
Il Sé è l’apparato psichico che filtra gli aspetti interni per coniugarli con la realtà esterna, è l’organizzazione narcisistica di base, il senso di esserci e di funzionare.
Il Sé è un’importante parte di noi che si sviluppa pian piano nel rapporto iniziale con la madre. La madre deve trasmettere al bambino emozioni positive del proprio corpo facendogli il bagnetto, parlandogli, dicendogli che è bello, accudendolo in ogni suo bisogno. In questo modo il bambino si sente amato, si costruisce una buona autostima e sarà in grado di affrontare, in adolescenza, i cambiamenti interni ed esterni al suo Sé.
Questa internalizzazione del funzionamento della madre gli consente di metter dentro di sé le funzioni dell’autocura, del contenimento creando una situazione di autocostruzione che gli permetterà di prendersi cura del proprio autofunzionamento interno. Tutto questo meccanismo psichico naturale comincia a non funzionare quando  intervengono degli impedimenti ad opera della persona della madre, perché problematica o con conflitti non ancora risolti col proprio Sé e, per questo, non adeguatamente in grado di svolgere il compito richiesto.
Quando la madre utilizza il bambino come sostituto per far funzionare il suo Sé, il bambino si trova in una situazione di rischio. La madre non riesce a riconoscere i bisogni del figlio, non gli permette di costruirsi il suo autofunzionamento: si creano le basi per una futura dipendenza.
In tal modo il bambino cresce con la certezza di non aver bisogno del terzo (il padre o, la sua rappresentazione simbolica, l’esterno), per la presenza materna costante che lo soddisfa in ogni richiesta e necessità. Il bambino si attacca a questo esterno materno e la madre si sente soddisfatta di questa “relazione”.
Il padre, che dovrebbe terzializzare la relazione con lo scopo di tagliare il cordone ombelicale fisico e psichico e di presentare al bambino l’esistenza di una realtà esterna più allargata per smitizzare questo grande valore della madre, non ha però possibilità di entrata; in tal modo il bambino si fisserà nell’area border, nella fase ancora antecedente a quella in cui poter fruire dei benefici dell’identificazione col padre.
Quando il soggetto possiede un Sé fragile è dunque attaccato all’esterno, ha un’identificazione paterna carente e rischia di rimanere impigliato in relazioni di dipendenza affettiva sviluppando forti conflitti e sensi di colpa.

 
Una curiosa “analogia”
Per Freud lo sviluppo psichico del bambino passa attraverso vari stadi di evoluzione psicosessuale caratterizzati dal passaggio e dalla concentrazione della libido da una zona erogena all’altra.  Dallo stadio orale che si focalizza sull’erotismo orofacciale, per cui ogni tipo di conoscenza – anche quella sessuale – passa attraverso la bocca e i suoi derivati, si passa alla fase anale in cui il bambino acquisisce una progressiva indipendenza dettata dall’emergere di nuovi bisogni che si affacciano alla conoscenza del bambino di circa 2-3 anni. Le espressioni orali continuano a manifestarsi, ma con esse contemporaneamente nuovi bisogni e nuovi conflitti: la fonte pulsionale corporea è incentrata non solo nella mucosa anorettale ma anche in tutta la mucosa intestinale. Per Abraham l’ano corrisponde embriologicamente alla bocca primitiva, migrata in basso fino all’estremità dell’intestino; per altri, la convinzione comune a tutti i bambini è la teoria cloacale della nascita per cui il bambino viene partorito dall’intestino come materia escrementale.
Successivamente, il bambino vivrà il primo periodo del primato genitale attraverso la fase fallica: in essa le precedenti pulsioni parziali andranno ad abbozzare una relativa unificazione, con l’obiettivo di giungere, alla fine dello stadio genitale, ad una piena fusione e integrazione di tutti gli impulsi precedenti sulle zone genitali e attraverso l’investimento della libido sui coetanei, generalmente di sesso opposto.
Dopo che le feci hanno perso il loro valore l’interesse del bambino è rivolto ad oggetti che possono essere offerti in regalo. E poiché le feci furono il primo regalo che il bambino poté fare alla madre, analogamente egli investe il suo pene. Quando si accorge che le bambine non possiedono un pene, egli arriva a considerarlo come qualcosa di staccabile, acquistando l’inconfondibile analogia con gli escrementi, che furono il primo pezzo di materia corporea cui il bambino dovette rinunciare.

                                                                       ***

Lo stadio anale è un momento importante nello sviluppo delle relazioni con gli altri, perché il bambino comincia a distinguere tra interno ed esterno, fra me e non me.
Il contenuto intestinale rappresenta infatti una moneta di scambio fra il bambino e la madre nel senso che egli può viverlo come regalo da offrire o, all’opposto, da negare esprimendo quanto egli sia disposto così ad adattarsi alle richieste che gli vengono poste. È chiaro che il conflitto tra il trattenere e l’espellere, tra l’essere assertivo o oppositivo, tra la generosità e l’avarizia è influenzato da molte variabili quali l’età e l’atteggiamento flessibile o rigido di chi si prende cura del bambino riguardo la defecazione, il controllo e  la pulizia.
Ciò che si richiede al bambino di quest’età è la capacità di sapersi controllare, quando serve: l’espulsione spontanea involontaria della fase precedente deve essere sostituita da un’espulsione volontaria. Così il desiderio di gratificazione immediata viene frustrato per dar luogo alla capacità di differimento. Alcuni bambini reagiscono a regole di pulizia severa trattenendo le feci ed esprimendo così atteggiamenti di negativismo e opposizione (relazione masochistica). I materiali fecali così trattenuti, veri e propri "primi risparmi", rimangono in correlazione inconscia con tutte quelle attività che abbiano alla loro base il raccogliere, il collezionare, altri defecano in modo incontrollato i luoghi inadeguati esprimendo così atteggiamenti oppositivi con minor controllo pulsionale, il tipico atteggiamento iroso, (relazione sadica). Come reazione a un’educazione particolarmente rigida a tenersi pulito, il bambino può diventare sporco, disordinato e irresponsabile o, all’opposto, coercitivamente pulito, frugale ed estremamente controllato. Quando, infatti, l'odore delle feci diventa repellente, l’interesse si sposta su un altro materiale meno maleodorante come il fango e poi, quando il senso di pulizia diventa per lui importante, qualsiasi materiale umido e viscoso viene sostituito dalla sabbia che pur mantenendo lo stesso colore è asciutta e pulita.
Successivamente anche la sabbia diventa inaccettabile e inizia così quella che Ferenczi definisce "l'età infantile della pietra", durante la quale il bambino raccoglie conchiglie, sassi levigate e pietrine d'ogni colore e forma, oggetto della mania collezionistica infantile, per poi maneggiare monete e monetine. Originariamente non è il valore puramente economico a interessare il bambino, ma il piacere di guardare, manipolare, giocare con i dischetti metallici. «In questo modo lo sviluppo del simbolo del denaro è compiuto. Il piacere che prima dava il contenuto intestinale, ora diviene piacere per il denaro che non è altro che "sterco inodore, disidratato e luccicante"» (Nobile, 2001)
La lode della madre per il bambino che riesce a tenersi pulito può fargli vivere le feci come regalo in cambio del quale ricevere amore: l’adulto che ne deriverebbe sarebbe un uomo che dona, un generoso; se il bambino rifiuta di cedere i suoi contenuti intestinali potrebbe diventare un adulto ritentivo e avaro, sicuramente un grande collezionista.
Sotto un profilo squisitamente psicopatologico, adulti fissati a questo stadio potrebbero manifestare importanti disturbi ossessivo – compulsivi, fobici, somatizzazioni a livello gastro – intestinale, ansia e depressione.
Un aspetto importante della concezione freudiana  è quella di rapportare simbolicamente le feci al denaro, l’oro al sudiciume; « la celebre equazione di Freud, denaro = feci, è un’implicita, per quanto involontaria, critica al funzionamento della società borghese e della sua possessività» (Fromm, 1976).
L’attuale società è infatti caratterizzata dal fenomeno del consumismo che ben si inserisce nella cultura dell’avere più che dell’essere, poiché rimanda al concetto di incorporare, trattenere ma anche a quello di eliminare, espellere.
« Il consumatore è come un bambino continuamente affamato delle cose: una condizione, questa, che ben si affianca alla dipendenza da sostanze e da comportamenti. Da una parte, infatti, il consumo placa l’ansia di possedere qualcosa che non può essergli tolto, dall’altra porta il soggetto a volere sempre di più dal momento che l’acquisto precedente perde, ben presto, il proprio carattere gratificante.
   Nei secoli addietro, l’acquisto aveva carattere duraturo e tutto ciò che si possedeva veniva tenuto in grande considerazione, curato e usato fino a quando era possibile. La filosofia moderna si basa sul consumo e non più sulla conservazione e l’acquisto viene fatto in previsione di essere poi buttato» (Cantelmi, Orlando, 2005)
Il denaro, rende di conseguenza i rapporti sociali inodori se non inesistenti, freddi, metallici, certamente anaffettivi.
«Nelle nostre società, da quando il denaro ha acquistato una singolare mobilità, passando di mano in mano senza sosta, e trasformando la condizione degli individui, innalzando o abbassando la famiglia, non c’è quasi più nessuno che non sia obbligato a fare sforzi disperati per cercare di conservarlo o acquisirlo. La brama di arricchirsi a ogni costo, il gusto degli affari, l’amore del guadagno, la ricerca del benessere e dei piaceri materiali sono dunque le passioni più comuni» (Tocqueville,1835)
 
Bibliografia
Cantelmi T. – Orlando F., Narciso siamo noi, San Paolo, 2005
Ferenczi S., Sull'ontogenesi dell'interesse per il denaro, 1914
Fromm E., Avere o essere?, Mondadori, 1977
Nobile G., L'Euro e l'età infantile della pietra, Il Manifesto, 2001
Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli,


La mente nella Rete
Le motivazioni
I motori decisionali degli investitori sono legati all’affermazione e all’avventura.
L’affermazione è la ricerca della riuscita e del potere. Lo spirito che alimenta l’affermazione è l’ilynx (la vertigine), il rischio per cui gli investitori spinti dal gusto per il rischio si chiamano ‘alpinisti’.
In particolare gli investitori spinti dal desiderio di riuscita sono indotti dalla soddisfazione che comporterebbe la riuscita dell’operazione; non si preoccupano del denaro perso o vinto, ma solo del meccanismo che li ha portati a vincere o perdere, rimanendo inconsapevolmente schiavi di un circolo vizioso subdolo e insidioso.
Sono sicuramente gli investitori più pericolosi perché non si interessano dei possibili danni economici. In questo caso, l’affermazione spinge a vincere.
L’avventura è, invece, la ricerca del successo e anche dell’insuccesso. Lo spirito che alimenta la motivazione dell’avventura invece è l’alea (dal lat., il gioco => la sfida al caso) per cui gli investitori spinti dal gusto della vittoria si chiamano semplicemente ‘gamblers’ (che in italiano significa ‘giocatori’). In particolare, i giocatori motivati all’insuccesso affrontano rischi più grandi di quelli che possono gestire (dunque finiscono in rovina) o rischi bassissimi connessi a guadagni altrettanto bassi ( cadono nella mediocrità e non crescono). In questo caso l’avventura spinge a rischiare.

Le emozioni
Si rintracciano due forze emotive di base che dominano il giocatore: lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco.
Chi gioca invaso da uno stato dionisiaco di intenti certamente cadrà nella trappola di rischio e dipendenza che tale operazione comporta.
Chi s’avvicina invece con uno stato apollineo di intenti, razionalizza ogni comportamento e calcola ogni sua mossa guidato dalla logica, da informazioni che ottiene dopo oculate ricerche e studi. Ma il gioco è fatto di spiriti apollinei e dionisiaci fusi insieme, in modo da garantire un’elasticità di movimento nelle operazioni con un pizzico di razionalità nel momento della scelta del gioco.
La gamma di emozioni che si provano di fronte al gioco riguardano la ‘gioia’ di un guadagno, la ‘tristezza’ di una perdita non solo materiale ma anche di stima personale, la ‘paura’ come emozione dinamica di qualcosa che può evolversi in perdita o in guadagno e che quindi si concretizza in tristezza o gioia, la ‘rabbia’ come effetto successivo della tristezza, infine il ‘disprezzo’ verso il sistema che non segue le intuizioni del giocatore e che lo porta a scegliere altri campi di interesse.

Meccanismi di difesa
Se la motivazione del trader è quella di emergere e di rischiare, considerando l’imprevedibilità del Mercato, il prezzo da pagare è sicuramente quello di fare i conti con l’ansia legata al rischio. Per superare l’ostacolo (che non comporta di per sé il raggiungimento del fine ma la messa in atto delle premesse per tale obiettivo), o almeno per difendersi dalle implicazioni psicologiche ad esso connesse (le emozioni connesse alla frustrazione), l’investitore mette in atto delle tecniche di comportamento per arginare l’ansia e conservare integra l’autostima personale., chiamate appunto meccanismi di difesa.
Distorsione, negazione, somatizzazione, razionalizzazione e controllo, spostamento e rimozione, questi i principali usati nel trading on line:

- distorsione: la realtà esterna è grossolanamente rimodellata per soddisfare le necessità interne e viene usata per sostenere sentimenti di superiorità o per controllare l'ansia rispetto alle proprie procedure di analisi e previsione futura. quella non era una perdita ma una forma diversa di guadagno»

- negazione: l’immagine spiacevole della realtà viene soppressa, negata per non essere vissuta. Si tratta di un meccanismo mentale inconscio adoperato per risolvere un conflitto emotivo e per diminuire l’ansia che ne deriva: l’ansia dell'incerto, dell'imprevisto, del non sapere che fare. «non è vero, non ho perso»

- somatizzazione: espressione fisica di manifestazioni psichiche.
I disturbi che ne derivano sono chiamati somatoformi perché si esclude alla loro base una qualsiasi causa organica. Se lo stesso meccanismo di spostamento delle istanze psicologiche sul corpo si ritrova anche tra gli investitori, allora, bisogna cercare di capire che posto occupa il trading nella loro vita. Se risulta è sul podio delle cose importanti, il trading system è sicuramente un fattore stressante che va affrontato. «quando perdo soffro di mal di pancia»
- razionalizzazione: tendenza a dare spiegazioni razionali per tentare di giustificare atteggiamenti, opinioni o comportamenti che possono essere altrimenti inaccettabili. I motivi sottostanti sono determinati dall’istinto.
«Il trading mi serve per capire meglio l’economia... »
- controllo: tendenza a eliminare, ridurre le emozioni negative o, più genericamente, l’ansia relativa ad esperienze spiacevoli: nel nostro caso, esperienze di trading perdenti. Chi tende a controllare le sue esperienze (ed emozioni relative) di vita
pianificando ed organizzando il suo tempo coi più moderni mezzi
tecnologici a disposizione, non fa altro che guidare la dea bendata per
non lasciarsi sopraffare dai sentimenti di perdita, inevitabilmente
esistenti.
«Devo continuare a investire su quel titolo come ho fatto ieri... »
- spostamento: trasposizione di un sentimento dal suo oggetto interno verso un sostituto esterno. Lo spostamento permette la rappresentazione simbolica dell’oggetto originale in un modo che evoca meno angoscia dell'originale.
«Quando sono arrabbiato per una perdita, a casa me la prendo con mia moglie »


- rimozione: processo attivo destinato a mantenere al di fuori della coscienza sia l'avvenimento che la relativa emozione negativa.
La tendenza naturale e spontanea quindi è quella di mantenere in memoria (cosciente) solo quelle esperienze legate ad emozioni positive (esperienze di trading vincenti) e confinare nell’inconscio quelle legate alle nostre esperienze di trading perdenti.
«Non ricordo di aver perso mai somme esorbitanti... »



(tratto da "Psicologia del Trading on line", di Cantelmi T - Orlando F., ed. Centro Scientifico Editore, Torino, 2003)







Impegni e Appuntamenti

23 gennaio 2012

Presentazione del libro di Alessandra Caneva "Januae - Cronaca di un romanzo", ed. Albatros, a cura dell'Autrice con commento della dr.ssa Francesca Orlando.

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Via degli Aldobrandeschi, 190 - 00163
tel. 06 / 66 54 31
info@upra.org

locandina del programma


PASSIONE DELLA SCRITTURA. VOCE DELL’ANIMA
Roma, 23 Gennaio 2012
Ore 15:00
Aula Tesi Ateneo Pontificio Regina ApostolorumVia degli Aldobrandeschi, 190

15:00 Saluto di benvenuto, Marta Rodriguez direttrice ISSD
15:15 Introduzione, Adele Ercolano coordinatrice ISSD
15:30 Ho tradotto in parole i miei sogni di carta, Carolina Carriero scrittrice e filosofa, docente Laboratorio di Scrittura ISSD
16:00 Cronaca di un romanzo,Alessandra Caneva, scrittrice e sceneggiatrice, docente laboratorio di scrittura ISSD (II edizione)16:30 Interventi: AnaCristina Villa Betancourt, responsabile Sezione Donna Pontificio Consiglio dei Laici e Francesca Orlando, psicologa e scrittrice
17:15 Archetipi e ombre nella scrittura femminile, Patrizia Mattioli, psicologa e scrittrice
17:30 Testimonianze
17:45 Saluto del Rettore e consegna dei diplomi agli studenti del Laboratorio ISSD
18:00 Rinfresco
L’Istituto di Studi Superiori sulla Donna ha il piacere di invitarLa all’incontro

martedì 27 dicembre 2011

Home

comunicazione

http://www.orlandofrancesca.altervista.org/ era il mio sito professionale.

Parlo al passato perchè, per motivi tecnici a me ignoti, non posso più usarlo. Non vi posso accedere per aggiornare le pagine e, pertanto, uso il blog come sostituto.

Troverete, probabilmente, molta confusione tra le pagine, prive di una sistematica organizzazione, ma gestire un blog lo trovo più complicato che gestire un sito.

Spero vogliate scusare la mia inesperienza, ma vi invito a considerare più la sostanza che la forma.

Grazie.
Francesca Orlando

comunicazione

http://www.orlandofrancesca.altervista.org/ era il mio sito professionale.

Parlo al passato perchè, per motivi tecnici a me ignoti, non posso più usarlo. Non vi posso accedere per aggiornare le pagine e, pertanto, uso il blog come sostituto.

Troverete, probabilmente, molta confusione tra le pagine, prive di una sistematica organizzazione, ma gestire un blog lo trovo più complicato che gestire un sito.

Spero vogliate scusare la mia inesperienza, ma vi invito a considerare più la sostanza che la forma.

Grazie.
Francesca Orlando

Convegni, seminari & Co.

2005
Presentazione del libro "Narciso siamo noi" (Cantelmi T. e Orlando F., ed. San Paolo, 2005), presso la Comunità Juniores, Società San Paolo - Via Alessandro Severo, 58 (vicino Metro S. Paolo)
ore 21,00




2009

Roma 27 maggio 2009 ore 18:00
Nobile Collegio Chimico e Farmaceutico San Lorenzo in Miranda
via In Miranda 10 - Roma (Fori Imperiali, Metro B fermata Colosseo)

Presentazione del libro:
"L'immaginario prigioniero.
Come educare i nostri figli a un uso creativo e responsabile delle nuove tecnologie"
Autori:
Maria Rita Parsi - Tonino Cantelmi - Francesca Orlando
Oscar Mondadori

Dibattito:
Roberta Angelilli (Parlamento Europeo) - Dorina Bianchi (Comm. Igiene e Sanità, Senato)
Cesare Cursi (Osservatorio Sanità, Senato) Stefano De Lillo (Comm. Igiene e Sanità, Senato)
Domenico Di Virgilio (Comm. Affari Sociali, Camera dei Deputati) - Gabriele Mori (Fondazione Villa Maraini), Maria Rita Munizzi (MOIGE) - Angelo Maria Petroni (Università di Roma La Sapienza)
Vincenzo Saraceni (AMCI) - Federico Bianchi Di Castelbianco (Istituto di Ortofonologia)
Conclusioni: Maria Rita Parsi - Tonino Cantelmi
Moderatori: Antonio Gaspari (Zenit)  - Margherita De Bac (Corriere della Sera)
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Dopo il dibattito seguirà un rinfresco
INGRESSO GRATUITO - PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
giorgiavinci@yahoo.it
3314634451

 2010
LA FATICA DI AMARE - Cineforum con dibattito
L'amore è uno dei temi più celebrati dalla narrazione di tutti i tempi. Strettamente legato al nostro e irrinunciabile desiderio di essere felici, l'amore vero non è mai facile.
Con questo iniziale ciclo fatto di film, si parlerà delle difficoltà di amare legate all'interiorità (Lars, una ragazza tutta sua), alle avverse situazioni sociali (Cinderella Man), ed infine all'interno di una relazione coniugale (Il velo dipinto).

Lars, e una ragazza tutta sua
Regia di Craig Gillespie, 2007 (Ryan Gosling ed Emily Mortimer). L'amore fa soffrire. Ma è la cosa più giusta da fare. E quando facciamo la cosa giusta, nonostante ci faccia soffrire, è solo allora che siamo diventati uomini.    Con il commento di Francesca Orlando, psicologa psicoterapeuta. Venerdi 26 marzo 2010

Cinderella Man
Regia di Ron Haward, 2005 (Russel Crowe e Renèe Zellweger). Un film che è molto di più di una storia di boxe. Per Jim Braddock, la moglie e i figli sono la fonte più autentica del suo coraggio. Il protagonista è un eroe dell'amore per questo diventa un eroe del ring. Con il commento di Alessandra Caneva, scrittrice, soggettista televisiva. Venerdi 23 aprile 2010

Il velo dipinto
Regia di John Curran, 2006 (Edward Norton e Naomi Watts). La storia mostra come l'amore coniugale può rinascere anche quando si pensa di non avere più nulla in comune. E invece si possono scoprire nell'altra persona cose che non ci saremmo mai aspettati di trovare e viceversa. Basta s-velarsi e trovare la strada del perdono reciproco. Con il commento di Marco Quintiliani, psichiatra.  Venerdi 28 maggio 2010

RESIDENZA VILLA DELLE PALME, LUNGOTEVERE DELLE ARMI, 12
Recensione "Lars, e una ragazza tutta sua" (Regia C.Gillespie, 2007)

Lars è un trentenne che vive in un paesino innevato e sperduto del Wisconsin.
Teme i rapporti interpersonali, specialmente quelli con il genere femminile, e conduce una vita piuttosto abitudinaria. Frequenta la chiesa del paese, lavora in ufficio e vive da solo in un garage adibito ad appartamento, accanto alla casa di famiglia dove vivono il fratello Gus e sua moglie Karin, che aspetta un bambino.
Lars è molto timido, chiraptofobico (con la fobia di essere toccato) e sociofobico, disturbo che lo porta a schivare anche i rapporti con i familiari dai quali si difende indossando sempre una copertina azzurra, ciò che gli rimane della mamma morta di parto. il comportamento evitante di Lars, inoltre, si manifesta con la tendenza a strizzare gli occhi per indicare il disagio nei rapporti interpersonali, dei quali non riesce a sostenere nè lo sguardo nè il contatto fisico.
Nelo suo desiderio di essere trattato come gli altri, un giorno Lars acquista via Internet una bambola di silicone, dalle dimensioni e dalle fattezze umane. La presenta al fratello come la sua ragazza, comportandosi con lei proprio come se fosse vera.
Ha inizio la nuova vita di Lars che si identifica nella bambola. Bianca rappresenta il prototipo di normalità che p sempre stata richiesta a Lars, e nella costruzione del paradosso Lars costruisce la sua realtà. Bianca è lars, il piccolo Lars che non parla, che deve essere vestito, curato e allevato. E' la proiezione di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue esperienze. Ma Bianca è anche l'esaltazione del rapporto con gli oggetti, che tutti gli abitanti della comunità hanno. In particolare quelli del posto di lavoro: si comunica con gli oggetti: i pupazzetti e l'orsacchiotto, sono parte di un sè ancora legato a una visione ideologica infantile, simbiotica ed egocentrica, che fatica ad abbandonare l'oggetto per lasciar posto a una persona in carne e ossa.
L'oggetto transizionale, carico di investimento affettivo, allontana e avvicina nello stesso tempo, creando uno spazio di sicurezza che fa da ponte tra la nostra interiorità e il mondo esterno. Quel ponte che spesso è ripreso tra una scena e l'altra. Un ponte di ferro, freddo e coperto di neve, quasi a simboleggiare il coneglamento affettivo e comunicativo di tutto il paese e in particolare di Lars.
Dapprima Karin, poi la dottoressa si interessano al problema di Lars. La maternità di Lars e la professionalità del medico abbracciano una terapia basata sull'accoglienza e sulla cura, ancor prima che se ne faccia carico la comunità. E con l'aiuto del parroco, la comunità decide di accogliere Bianca in tutte le loro vite. All'inizio, la gente stenta ad accoglierla, la chiamano "il vitello d'oro", ma c'è chi invita a riflettere su quanti Lars e quante Bianca sono nascosti in loro: Sally ha un cugino che mette i vestitini ai gatti, Esel ha il nipote che sovvenziona un'associazione di fanatici degli ufo e la moglie di Arny era cleptomane. Nessuno scagli la prima pietra: è il monito da seguire.
Bianca partecipa così al volontariato, alle funzioni religiose, a quelle scolastiche stravolgendo le coscienze di tuttie mettendo in moto le loro emozioni congelate. I volontari, i cittadini, le signore del paese si fanno tutti carico della nuova presenza, senza giudicare la "diversità" di Lars e diventando mediatori di un difficile passaggio esistenziale.
Ma analizziamo la storia più da vicino.
La madre di Lars è morta di parto dando alla luce il bambino. Il padre cresce da solo i due figli e si ammala, in breve tempo, di depressione. Gus appena può decide di andare via da casa, lasciando Lars a casa col padre. Alla morte di quest'ultimo, i due fratelli si trasferiscono nella casa di famiglia, ma Lars decide di vivere nel garage. Ci sono pochi momenti in cui si parla del padre. Durante una cena in famiglia, Lars ricorda che il apdre non voleva avere nessuno intorno. Rispetto a lui, e questa è la differenza, Lars invece vorrebbepoter avere qualcuno vicino, ma si sente impossibilitato a farlo. E si difende. I legami profondi sono mortiferi per lui e la morte della madre, di cui si sente colpevole, ne sono una testimonianza. Lars non vuole legarsi a qualcuno per non finire in un rapporto profondo che lo farebbe morire un'altra volta.
Sua cognata Karin è una ragazza molto dolce e sensibile, che capisce subito il disagio di Lars e cerca di coinvolgere anche il fratello. Quando lars presenta Bianca alla famiglia, l'umorismo si mescola allo sgomento. Ma su iniziativa di Karin si decide di far visitare Bianca dalla dottoressa, che intraprende con Lars una terapia settimanale, volta a conoscerlo attraverso la sua bambola. La dottoressa  spiega a Karin e Gus che Lars sta vivendo una realtà distorta. Indaga sugli ultimi avvenimenti e l'arrivo del bambino sembra essere l'effetto scatenante, che rievoca qualcosa di forte (nascita di Lars=morte della madre). Alle preoccupazioni della famiglia, la dottoressa risponde che "non è sempre un fatto negativo ciò che chiamiamo malattia mentale. Può anche essere un modo per comunicare, per elaborare qualcosa e finirà quando Lars non ne avrà più bisogno"...."Se Bianca è qui, c'è una ragione". Bianca apre il dialogo a tutti, in Lars ma anche in Gus e nella comunità.
Nelle sedute con la dottoressa, Lars proietta la sua storia su Bianca. Racconta che la ragazza perse i genitori quando era bambina, ma che lei non ha amato piangersi addosso "vuole solo sentirsi normale ed essere trattata normalmente". Quando la dottoressa chiede che parli Lars, lui risponde con una battuta e si rinchiude in sè.
Il problema del contatto viene affrontato in maniera affascinante e...toccante: egli dice che "non tutti amano essere abbracciati, non lo sopportano". Lui vive il contatto come un ustione, un intorpidimento e succede con tutti tranne che con Bianca. Non ama farsi toccare da nessuno e vive ugualmente bene, perchè il calore umano se lo procura vestendosi di più (mostra un paio di maglie sotto la camicia).
La dottoressa prova così a curarlo con la terapia del contatto, attraverso la sensibilizzazione; ma quando Lars si sente toccare sul collo, scatta improvvisamente in un'espressione evidente di dolore e forte disagio.
Quando si affronta il tema della maternità, Lars cerca di nascondere qualsiasi emozione, è un argomento che lo tocca da vicino e, come tutti i contatti, fa male. Lars comincia così ad avere un attacco di panico nel parlare dei rischi legati al parto, rievocando fisicamente e psicologicamente l'evento traumatico di cui prota dentro i segni. Fa troppo male, non è ancora pronto.
La vita continua e Bianca è diventata preziosa per tutti, lars comincia a guardare la realtà come da un finestrino e vede cose che prima non vedeva. La sua collega Margot, segretamente innamorata di lui, frequenta un altro collega e Lars comincia a sentire un fastidio che non verbalizza ma che manifesta in alcuni comportamenti. Inizia una nuova fase nel rapporto con Bianca, che non è più un fatto privato mostrato agli altri e che può essere condotto personalmente, è diventata ora un fatto pubblico, comune da condividere con gli altri, una proiezione comune che gli altri si devono spartire. Lars non sopporta l'uso che la comunità sta facendo di lei e sente che qualcosa gli sta fuggendo dalle mani, teme l'abbandono e si sente in pericolo. Mentre sfoga la sua rabbia tagliando la legna, pensa "come si sentirebbe se la lasciassi a casa, che reazione potrebbe avere se l'abbandonassi in questo modo? Le persone sono tutte uguali, a loro non importa niente". Karin che accoglie questo sfogo, reagisce in modo violento perchè considera Lars un ingrato che non comprende il sacrificio di nessuno. A casa riflette su quanto accaduto e decide di occuparsene da solo d'ora in poi.
E' qui che comincia la fase di rigetto di Bianca, con cui Lars litiga in modo violento. E' il momento del passaggio che crea ansia e scombussolamento. Chiede allora spiegazioni a Gus "come hai scoperto che eri diventato un uomo?". La trasformazione di Lars sta avvendendo: dalla fase simbiotica e infantile, legata agli oggetti a quella più matura e adulta. Gus non sa come spiegarlo e sa solo rispondere questo "non è così netto il passaggio, ti senti un bambino e poi cominci a decidere su cosa è giusto o sbagliato, ma non per te, per tutti...anche se fa male". Davanti alla lavatrice, Gus parla del padre:"non era tenuto a crescere due figli da solo, poteva lasciarci in orfanotrofio...lui ci amava, ha cercato di fare quello che per lui era giusto, ma non sapeva come perchè aveva il cuore spezzato...", elaborando così il suo vissuto personale e quello paterno. E rivolgendosi a Lars:" non avrei dovuto lasciarti da solo con lui, era troppo depresso, io ero molto spaventato e così sono fuggito lontano, sono stato un egoista e me ne dispiace". Lars accoglie la confessione di Gus e i ruoli sembrano ribaltati.
Comincia a sentirsi grande Lars, quando aiuta Margot a ritrovare il suo orsacchiotto che un collega le ha rotto. Comincia a capire che gli altri sono simili a lui e hanno le stesse paure e gli stessi problemi. Il rapporto con lei è sicuramente cambiato, anche se lui vuole rimanere fedele a Bianca. Ma le tende la mano, ricerca il suo contatto. E questa volta non fa male, anzi è un calore protettivo.
A questo punto, Lars confida alla dottoressa di non essere sicuro che la terapia funzioni. Lars è di fronte al suo problema e attua la sua resistenza. Poi fa un agito, inscenando la malattia di Bianca per farla morire.
La comunità è incredula e spaventata dal dover abbandonare l'abitudine di quel delirio così accettato. La dottoressa spiega che è dipeso da lui "é lui stesso a condurre il gioco, lui l'ha trovata priva di conoscenza e lui ha deciso che sta per morire".
Lars decide di voler dormire nella camera rosa (quella che fu della madre) insieme a Bianca agonizzante: è un passaggio cruciale della sua vita. E' un ritorno nel ventre materno, un voler riprovare l'esperienza ma stavolta di esserne consapevole.
La vigilia della morte, le donne del paese si riuniscono a casa di Lars per assistere al passaggio. Egli è dispiaciuto che questo stia accadendo proprio con l'arrivo del bambino, ma è in realtà una necessità che succeda proprio ora. Le donne del paese rispondono che così è la vita. La vita è fatta di passaggi.
La giornata al lago è il momento finale del film: il momento del parto. Una scena delicatamente triste quella del bacio che suggella la fine e il pianto che decreta il dolore della separazione. Per la prima volta, Lars piange consapevolmente di sè e con sè.
La morte di Bianca, ripresa da lontano per rispettare il pudore di un fatto così privato, si svolge in acqua. L'acqua che dona la vita nel ventre e l'acqua che dà la morte. Nella morte di Bianca c'è la rinascita di Lars.
E il funerale è la celebrazione dellavita di Bianca/Lars così come testimoniano i vestiti festosi perchè Lars si riappropria della sua persona, a lungo imprigionata nel bozzolo di se stesso. Comincia ad avvicinarsi alla realtà, prendendo coscienza di ciò che ha intorno: accarezza il pancione della cognata e invita Margot a fare una passeggiata.
Ora vive.


2011


“Media con prudenza” è la nuova campagna del Moige rivolta ai bambini delle scuole elementari e ai loro genitori e insegnanti che si pone un duplice obiettivo: trasmettere ai bambini l’importanza di una fruizione responsabile dei media e creare un’azione di sistema e coordinamento con la scuola e le famiglie per educare i bambini ad un approccio corretto e consapevole al loro uso.
Realizzata con il contributo del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e con il patrocinio della Polizia Postale e delle Comunicazioni, “Media con prudenza” si rivolgerà ai bambini attraverso uno spettacolo di burattini che, con un linguaggio semplice e accattivante, trasmetterà loro le buone regole per un uso corretto e responsabile di tutti i media, dalla Tv ai videogiochi, dal cinema alla lettura. Al termine dell’incontro i bambini potranno approfondire gli argomenti trattati con gli operatori Moige e riceveranno anche un fumetto che riproporrà la storia dei protagonisti del teatrino e offrirà consigli pratici per utilizzare al meglio e in modo sicuro i vari media. Genitori e insegnanti, invece, riceveranno un booklet informativo con consigli e suggerimenti pratici per dialogare con i bambini sul tema in questione e i genitori, in particolare, potranno partecipare agli incontri formativi pomeridiani che si svolgeranno presso le scuole durante i quali sarà presentato un corso in modalità e-learning con contenuti e approfondimenti sui temi oggetto della campagna. Il corso e-learning sarà disponibile anche sul sito dedicato all’iniziativa.
Alla campagna - che coinvolgerà 20 scuole in sei regioni (Lazio, Marche, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Puglia), 6.000 bambini e 12.000 genitori e 150 insegnanti – è associato anche il numero verde dedicato 800.96.56.11 e un sito web a breve on line, www.mediaconprudenza.it, entrambi volti a fornire ulteriori informazioni sul tema affronatato e sulla campagna.
Ricordiamo, inoltre, che è sempre a disposizione il numero verde 800.93.70.70 a cui rispondono gli esperti dell’Osservatorio Media del Moige.

mercoledì 23 novembre 2011

Avvertenze

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